Secondo incontro del ciclo di quattro incontri “UNA RILETTURA DI ESSERE E TEMPO di MARTIN HEIDEGGER” a cura di Gian Andrea Franchi.
Venerdì 27 gennaio ore 17.30
Sala Incontri della BCC filiale di Pordenone via Mazzini 47/D – Pordenone

Ci troviamogettati1 in un mondo che non abbiamo fatto noi ma di cui siamo al centro, che ci è stato enigmaticamente dato-donato e che dovremmo accettare-accogliere per poterlo abitare. Abbiamo cercato invece di dominarlo, considerandolo una materia indefinitamente trasformabile (Bestand, fondo). Questo non è frutto di volontà, ma l’accadimento (das Geschehen) fondativo della storia (Geschichte), che, in termini riduttivamente esplicativi, si potrebbe dire figlio dell’angoscia dell’essere umano di fronte alla sua finitezza. Ci troviamo, quindi, anche, in un mondo che abbiamo contribuito a fare noi. Il nome di tale donazione è ‘essere’. L’atto, necessitante, del dono – il getto – è il tempo spazio – attivo sempre e solo in singoli eventi -, il quale, implica l’essere umano ma, insieme, gli si sottrae e resiste al suo tentativo di dominio.
Nella donazione siamo compresi noi stessi, esseri umani. Anche noi siamo donati e sottratti a noi stessi. Siamo precisamente il medium attraverso cui la donazione si manifesta (Da-sein). Ciò vuol dire che il tempospazio si dà come mondo: orizzonte unitario di significati e recante, in quanto temporalità ordinata al futuro (al possibile), una domanda di senso. Ma ‘significato’ e ‘senso’ hanno senso solo come medium di una relazione fra singoli (ex-istenza): “il tempo … ci è donato nell’essere gli uni con gli altri e gli uni per gli altri (Mit-und Füreinandersein)” (Seminari di Zollikon, Guida ed., 109). Il mondo é quindi il medium della relazione fra i singoli esseri umani, gli altri viventi non umani e le cose.
La donazione può essere accolta o rifiutata (esistenza autentica o inautentica), ma ovviamente anche il rifiuto la presuppone. Autenticità e inautenticità (Eigentlichkeit, Un-) – non in termini di ‘più’ e ‘meno’ – indicano due possibilità permanenti dell’esserci: quella appunto per cui egli si interpreta a partire dall’ente o quella per cui si mantiene nell’apertura della differenza fra essere ed ente. Letta in termini heideggeriani, la crisi sociale e ambientale dei nostri tempi manifesta appunto la differenza fra l’essere e l’ente: fra la potenza significante e l’inesauribile domanda di senso che pone l’essere e la riduzione dell’essere all’ente che, nella civiltà premoderna o ‘medioevale’ era l’ente supremo – il senso dell’umano come trascendenza -, oggi può essere la merce o il denaro – il senso dell’umano come produzione-consumo.
L’accoglienza della donazione ontologica implica il rischio implicito nell’assunzione integrale della propria temporalità, ovvero del divenire ciò che ciascuno é: un centro singolare di relazione, appunto, perché singolo vuol dire unico, che vuol dire esserci una volta sola. Implica, cioè, l’assunzione della propria finitezza, quindi della propria mortalità. Perciò l’assunzione è angosciante, difficile e rara. Assunzione della finitezza vuol dire capacità di finire in qualunque momento, ma anche di ri-iniziare in qualunque momento, in una parola, di agire effettivamente.
L’essere umano storico non è riuscito ad abitare il tempospazio, cioè i luoghi del mondo, a vincere l’angoscia della finitezza. Ha tentato di renderlo controllabile – tentativo ontologicamente impossibile – rappresentandolo e oggettivandolo, riducendolo a una rete di non-luoghi. Il nome di questo tentativo è metafisica. Civiltà metafisiche sono le civiltà che possiamo chiamare teologica (V-XV sec. d.c.) e della tecnica (capitalismo). Quest’ultima è il tentativo di riduzione integrale dell’essere alla specularità nichilista soggetto/oggetto, producendo soggettività attraverso il lavoro, produttivo di oggetti, in quell’estrema rarefazione dei rapporti umani che sono il mercato e il denaro. Il Da-sein si pone, nell’antiumanesimo heideggeriano, non quale realtà umana, come nell’esistenzialismo, ma come ontologica possibilità sempre ulteriore e potenza (dynamis) d’alternativa rispetto alle figure antropologiche storiche.
Si può fare una critica del Capitale, in chiave heideggeriana, come tentativo di dominio del tempospazio mediante il denaro (il tempo è denaro). Scrive Bruno Accarino sul manifesto del 22 dicembre 2011: “il capitale vorrebbe vincere le forze oscure del tempo ed eliminarne gli impedimenti in un futuro illimitato. […] Il tempo economico è smisurato, vuoto, indeterminato, i tempi storici sono invece affollati di cose, concreti determinati, irreversibili e limitati”. Il denaro è precisamente il tentativo di dominare il tempo, che per Heidegger è inesauribile donazione di significati e continua apertura a nuove possibilità di senso, riconducendolo a un unico significato astratto.
“Dobbiamo percorrere, dunque, la via verso noi stessi. Questa, però, non è più la via verso un io isolato, dato innanzitutto da solo” (Sem. di Zollikon, Guida ed., 181). Abitare il tempospazio (Zeitraum, Zeit-Spiel-Raum: il gioco del tempospazio), che si dà sempre e soltanto in un mondo che è un tessuto di corpi singolari esistenti in singoli luoghi – “un essere comune (gemeinsamen sein) presso ciò che si fa incontro” (Zollikon,183) -, significa coglierlo come il medium della relazione, ma un medium attivo, una potenza.
Il luogo, che parte dalla relazione fra singoli corpi mondani, è un centro storico (geschichtlich contrapposto a historisch) di relazioni, singolare esso stesso, in cui convergono esseri umani, esseri viventi non umani, elementi cosiddetti ‘naturali’, e ciò che egli stesso produce. Il senso del luogo è l’incontro, il colloquio -“Noi siamo un colloquio”, Hölderlin – fra tutti questi elementi. Il luogo non è un punto dentro uno spazio geometrico, ma, al contrario, lo spazio concreto, di cui lo spazio geometrico è l’astrazione (utile, funzionale), nasce come irraggiamento locale dell’incontro fra corpi che abitano luoghi.
Abitare il tempo significa mettere al mondo eventi relazionali storici (Ereignis) ‘locali’, dare cioè forma di luogo alla donazione che il tempo è. Ciò fa parte dello statuto ontologico dell’esser-ci, che è universale-singolare. “Al genuino singulare coappartiene il fatto che compaia l’essenza piena. Non è un accidente che deforma l’essenza, bensì il singolo, ciò che propriamente porta l’essenza all’apparire” (Introduz. all’estetica, Carocci, p. 110)
Abitare il tempospazio, sempre locale, significa averne cura (Sorge) nella triplice modalità cooriginaria di appassionamento (Befindlichkeit, Stimmung, pàthos), intelligenza (Verstehen, letteralm.: comprensione), linguaggio (Rede).
A livello di vita quotidiana, la cura, come rapporto con il tempo che siamo e che ci fa e con lo spazio dei luoghi che il nostro corpo custodisce (bergen), significa anche rispettare e interloquire con i ritmi diversi di chi e di ciò che è con noi nel mondo.
La singolare importanza di Heidegger sta nel tentativo – unico – di uscire dal dominio dello schema soggetto/oggetto – “Essere e tempo può significare soltanto che non si dà più alcun problema della soggettività” (Zollikon, 271) – per elaborare una concezione che vede l’esserci come apertura e ulteriorità perenne del mondo: “L’esserci è sempre la sua possibilità”.
Malgrado la grande notorietà e il vasto influsso heideggeriano, in particolare sulla filosofia francese da Kojève e Sartre in avanti, ma anche, e meglio, sulla critica d’arte e sull’architettura, il suo tentativo sconta l’intrinseca difficoltà a uscire dall’antropologia ereditata. Sarà forse la crisi ambientale a rileggerlo per noi, nella misura in cui essa è rifiuto dell’imposizione (Gestell) di un cosmo oggettuale dominato dal soggetto.
Dicembre 2011
1 Trovarsi: befinden, da cui Befindlichkeit, tradotto con ‘situazione emotiva’ da Chiodi (Essere e tempo, Longanesi 1969), con ‘trovarsi’ da Marini (Mondadori, 2006) – è uno dei termini ‘esistenziali’ centrali; gettare: werfen, da cui Geworfenheit, o ‘esser-gettato’ o ‘gettatezza’, Chiodi o deiezione, Marini.



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